mercoledì 13 giugno 2007

Esperienze (1)

Inizio la pubblicazione di alcune note personali sulle esperienze meditative. Specialmente nei primi tempi della pratica (e cioè a partire dal 1987) tenevo un diario. Nel 1991 pubblicai parti di questo diario nella mia Wudang Kungfu newsletter n. 4/'91:



L'ESPERIENZA DEL JHANA



Si dice normalmente che non bisogna esporre i ‘frutti' delle pratiche meditative e ciò ha sicuramente una base di giustezza poiché chi sente il bisogno di vantare "ho raggiunto questo o quest'altro" sicuramente non ha per niente superato gli ostacoli meditativi come, ad es., la credenza in una propria personalità. Il suo ‘io' è ancora molto forte ed esige riconoscimenti. Ciò è senz'altro un ostacolo alla pratica meditativa.
D'altra parte ho sempre avuto la convinzione che conoscere gli ostacoli, i dubbi, i risultati, i salti all'indietro, i tempi della pratica di una persona sia di immenso aiuto per gli altri.

C'è in sostanza l'esigenza di confrontarsi con le esperienze altrui, a volte anche soltanto per rincuorarsi...
Personalmente non mi ritengo un buon meditatore: la mia pratica è spesso saltuaria con picchi di intensità e abissi di mancanza. Ci sono lunghi periodi in cui non mi metto a sedere con le gambe incrociate. Tuttavia l'auto-osservazione non mi abbandona mai completamente neanche in questi periodi. Questa auto-osservazione spia i miei movimenti, le mie azioni e motivazioni e porta ad una certa consapevolezza continuativa anche se non continua.

Ci sono poi periodi in cui scatta qualcosa e sento urgente la necessità di praticare. Per questo mi sono comprato una sveglietta silenziosa che mi sveglia alle sei e mezza del mattino che ritengo l'ora migliore, almeno per me. Vado in bagno e poi mi pongo in "mezzo loto" . Con il tempo mi sono accorto che si è dilatata enormemente la capacità di restare seduto. Mi accorgo che ne è passata di strada da quando 5/10 minuti mi sembravano un'eternità faticosa. Adesso riesco a praticare normalmente sui 45 minuti ma le tappe precedenti sono state: 5, 10, 20, 30, 40 minuti rispettivamente e questo nel corso di vari anni.


Anche qui l'impazienza è la cosa peggiore. Guai a non accettare i propri limiti, a voler bruciare tutto in poco tempo. Anche questo è un modo di essere consapevoli: non puoi stare seduto più di 5 minuti? Accettalo con tranquillità. Più in là forse riuscirai a fare di più. A volte mi viene la tentazione di "spingere" oltre, qualche volta sono arrivato ad un'ora ma questo non mi sembra saggio, anche questo mi sembra far parte di quella ‘sete ‘ tanto criticata e che presuppone un ‘io' avido di risultati. Le cose vanno lasciate maturare piano piano. Mi ci sono voluti quasi 5 anni per riuscire a stare seduto tre quarti d'ora, in altrettanto tempo potrò forse andare oltre.



Un'altra osservazione da me fatta è che con il passar degli anni lo stesso scoraggiamento (che è frequente in tutti) diventa sempre più ‘pratica' di meditazione, oggetto di osservazione. All'inizio lo scoraggiamento è forte e diventa un pretesto per interrompere. Quando il carattere si fortifica e ci si accorge dell'aspetto pretestuoso dello ‘scoraggiamento' (in realtà dovuto alla ‘sete' , la sete di fare cose più mondane, apparentemente più gratificanti) , lo si prende in esame come uno stato da osservare. Allora svanisce.
Lo scopo dell'osservazione meditativa Vipassana è proprio questo: l'osservazione del ‘nascere e scomparire' delle sensazioni fisiche e degli stati mentali, il rendersi conto che non c'è niente di stabile in noi, che siamo un aggregato di stati fisici e mentali in continuo divenire.

Un espediente che ho trovato utile come aiuto è la ripetizione di un ‘mantra'. Niente di esoterico, semplicemente ‘pura attenzione ed equanimità' oppure ‘pura attenzione'. Questo, legato all'osservazione del respiro, fornisce il filo continuo che tiene legata l'attenzione. Ho trovato che se si ripete ‘pura attenzione ed equanimità' si resta nel campo della Vipassana, questo perché dovendo essere equanimi si deve fare attenzione alle sensazioni fisiche e agli stati mentali. Se invece si ripete solo ‘pura attenzione' si può scivolare in una meditazione di tipo ‘samadhi' (Jhaana, Dhyaana) con il paradosso dell'attenzione che scruta se stessa. La differenza sta nel fatto che Vipassana è una meditazione di tipo analitico mentre quella samadhica porta a scivolare in una mente serena, priva di pensieri e luminosa...




Per un certo periodo, seguendo le indicazioni di non ricordo quale libro, ho tenuto un breve registro di note sulla mia pratica. Le note cominciarono a essere scritte in un periodo particolare, due anni dopo che avevo cominciato a fare meditazione, in occasione di una certa esperienza. Si perdoni perciò l'enfasi e la gioia che le pervadono. L'esperienza, benché solamente accennata, fu forte e diede molta spinta alla mia pratica. La posso inquadrare così: a quel tempo avevo appena ripreso a meditare dopo un periodo di stasi e scoraggiamento. Ecco qui sotto la nota di quel giorno.


Lunedì 20 marzo 1989.

Sono entrato nel Primo Dhyana. E' stata un'esperienza meravigliosa che mi ha riempito di gioia. Non credevo che fosse possibile!
Come al solito mi sforzavo di avere pura attenzione senza riuscirvi: i pensieri continuavano ad arrivare ed arrivare, me ne accorgevo in ritardo ma li osservavo; allora raddoppiavo l'attenzione, sul respiro, sul mantra ‘pura attenzione' o sull'osservazione della nascita dei pensieri.
Tutt'a un tratto è stato come se -tac- fossi entrato in un'altra dimensione. La mente era PURA, senza pensieri se non un residuo di pensiero osservante che subito mi ha reso consapevole, come in un attimo di illuminazione intuitiva: "Sono entrato in un Dhyana!" . Mi sono sorte gioia e commozione. Allora è vero, esistono i dhyana, esiste l'illuminazione, esiste la gioia pura della pura attenzione.

Benché come al solito mi fossi posto un limite alla seduta (limite che precedentemente era un obbligo che aspettavo con sollievo), limite che coincideva con il battere dell'ora del vicino campanile, quando c'è stato il rintocco ho continuato per quasi altri 10 minuti (in tutto 35/40) perché non volevo abbandonare quello stato. Quando mi sono alzato ero pieno di una gioia incredibile. Avrei dovuto, secondo il mio programma, proseguire con gli esercizi di Yang-Qigong ma ero troppo gioioso, sentivo che non ce n'era bisogno, che avevo raggiunto la salute vera, spirituale e di conjseguenza fisica. Non posso che continuare a ripetermi (tuttora) : " E' meraviglioso, è meraviglioso" . Ho ringraziato mentalmente il Buddha che ci ha indicato la strada. Prima il meditare era per me solo un modo di disciplinarmi, di calmare la mente ed anche un tentativo di raggiungere la pura attenzione. Dentro di me ero però incerto sulla mia capacità di farlo, così avevo adottato, questa mattina, la predisposizione d'animo di praticare senza voler raggiungere niente. Di farlo senza scopo, quasi impersonalmente, come una cosa che semplicemente va fatta. Si vede che questo stato d'animo era quello giusto perché d'un tratto è successo. Ora mi sento stordito e mi chiedo quali strade mi si pongano davanti. Alla mente mi viene la similitudine di un fiore ad un tratto sbocciato.


Nota Posteriore (1991):


Riprodussi la stessa esperienza diverse volte nei giorni seguenti ma mi accorsi che questo mi portava ad essere molto distaccato dalle faccende mondane e questo allora mi spaventò; presi perciò le distanze dalla pratica per un lungo periodo. Non solo: una volta ripresa la pratica dovetti spesso lottare contro questo desiderio di riprodurre il Dhyaana/jhaana o samadhi e lentamente giunsi alla conclusione che quanto più lo desideravo tanto più mi era difficile riprodurlo.


Leggo ad es. una breve nota riferita al 15 ottobre 1989: "27 minuti. Desiderio di samadhi, così meditazione ansiosa e desiderante. Solo sulla fine mi sono un po' calmato". Questo tipo di cose mi accompagnarono a lungo.


Nota 2005:


Nel tempo ho dovuto sviluppare il "lasciare andare" rispetto alla pratica. Questa è una condizione necessaria per il samadhi. Detto questo, oggi come oggi mi interessa poco raggiungerlo. Penso di aver capito come funziona , funziona proprio sulle linee su cui baso il mio modo attuale di meditare, perciò non me ne curo e procedo su quelle linee. Quello che vedo importante è rompere la catena del sorgere condizionato e l'anello da rompere lo individuo nell'"afferrare", afferrare (upadhana) che include gli stessi obiettivi spirituali. Perciò cerco di stare nel qui ed ora ed osservo il momento dell'afferramento.


Le sedute comuni di Meditazione si svolgono ogni sabato pomeriggio, dalle 15, 30 alle 16,30 circa, a S. Andrea di Compito (Lucca) - Via della Torre 9.
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CHIUNQUE E’ BENVENUTO
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