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lunedì 19 maggio 2008

Le parole che fanno bene - 2

Poiché viviamo in un mondo di "mentazione", certe parole fanno bene.

C'è un'altra pratica parlata che svolge un effetto benefico, la presa di rifugio. Questa è una tradizione classicamente buddhista ma ogni tradizione ha la sua (il Cristianesimo ad es. ne ha in sovrabbondanza, dal Padre Nostro all'Ave Maria a molte forme liturgiche). Però, in una tradizione non-sostanzialista, non si può e non si deve prendere rifugio in qualcuno o in qualcosa. Piuttosto, la "presa di rifugio" avverrà rivolta verso le capacità e visioni inerenti alle nostre forme individuali e alle nostre predisposizioni. Ciascuno di noi può essere un Buddha (o comunque un Liberato, un Illuminato ecc.). E' questa possibilità a cui deve alludere la "presa di rifugio". Non quindi la presa di rifugio classica in qualcosa che realmente non ha sostanza (‘io prendo rifugio nel Buddha, io prendo rifugio nel Dharma, io prendo rifugio nel Sangha') ma la presa di rifugio nella nostra fiducia e possibilità di essere un Buddha. Non migliore appare, a mio parere, una elaborazione ancora più complessa elaborata ad es. da Thich Nhat Hanh, piena di valori tradizionali e, in ultima analisi, troppo lunga e discorsiva. Occorre qualcosa di semplice e che riassuma, allo stesso tempo, la visione che abbiamo.

Ora, lo ripeto - e qui di sicuro scandalizzerò qualche ‘buddhista': non esiste alcun Buddha sostanziale, non esiste alcun Dharma (Legge, dottrina) sostanziale, non esiste alcun Sangha (comunità) sostanziale. Come ho detto altre volte è fare un brutto scherzo al Buddha, al Dharma e al Sangha parlarne come se si trattasse di entità sostanziali, reali. In realtà la visione buddhista è una visione dell'assoluta mancanza di sostanzialità, dell'assenza di un sé reale, assoluto. La visione buddhista è quella dell'assoluta interdipendenza di tutti i fenomeni, è quella di un'assoluta "RELATIVITA'". Sì, caro Ratzinger, è proprio qui il relativismo di cui parli e contro cui ti scagli. E' l'esperienza stessa e non un dogma a farci ‘vedere' come tutto sia relativo, come le visioni assolutiste siano infarcite di fantasie e, in ultima analisi, castelli di carte pronti a crollare (peccato originale, Adamo ed Eva, sic... tutte cose mai esistite e allora: da cosa saremmo stati salvati? E dove si vede questa salvezza?) .....

Se c'è perciò qualcosa in cui prendere rifugio è appunto in questa visione dell'insostanzialità, dell'impermanenza, dell'assenza di un sé reale e della dipendenza reciproca di tutti i fenomeni: tutto questo viene riassunto facilmente in una sola parola: VACUITA'!

E allora la formula che io mi ripeto mentalmente all'inizio di ogni mia pratica meditativa è questa:
"Io prendo rifugio nella vacuità di tutti i fenomeni e di tutti concetti che è il Buddha"

"Io prendo rifugio nella vacuità di tutti i fenomeni e di tutti concetti che è il Dharma"

"Io prendo rifugio nella vacuità di tutti i fenomeni e di tutti concetti che è il Sangha"
E poi, come nella tradizione classica:
"Per la seconda volta io prendo rifugio nella vacuità di..."

"Per la terza volta io prendo rifugio nella vacuità di.'
Sì, l'essenza di un Buddha è la visione della vacuità ed il Buddha stesso è privo di un sé stabile, quindi è ‘introvabile' (che differenza da tutte le altre tradizioni religiose: una religione senza religione!).

Quello in cui dobbiamo rifugiarci non è una sorta di ‘idolatria' quindi, l'adesione a... (al Buddha, a Gesù, alla Madonna ecc.) ma, al contrario, una consapevolezza che le cose sono insostanziali, sono impermanenti. La mia stessa vita è un fiore. Al mattino sorge, alla sera non c'è più. Lontano dal creare disperazione, questa visione deve e può creare accettazione delle cose come sono, deve e può creare distacco. Tutte le credenze religiose vengono dalla paura. Paura di essere soli al momento della morte, paura di annientamento, paura derivante dai rapporti che abbiamo in vita e a cui siamo così attaccati.... Se ci interroghiamo con onestà ci accorgiamo di quanto ciò sia vero. E invece possiamo ‘calmare' le nostre predisposizioni: Io prendo rifugio nella vacuità di tutti i fenomeni e di tutti i concetti...' , questa è la cura per le nostre angosce. Tutti i fenomeni, me compreso, sono privi di sostanza, sono passeggeri, sono come una bolla di sapone, acqua che scorre, schiuma sul mare della vita. Ha un senso comune questo, è razionale, lo posso accettare? Sì. E allora sorge la calma di fronte alla vita, alla malattia, alla morte. Vivere, decadere, morire... è il destino di ogni essere, perfino del Buddha e di Gesù.

" Basta di piangere e lamentarti, Ananda" disse il Buddha al discepolo che lo aveva seguito per tutta la vita e che piangeva perché il Buddha stava per morire, " non ti ho già detto che tutte le cose che sono piacevoli e deliziose sono impermanenti, soggette a separazione (da esse) e a divenire altre? Così come potrebbe essere, Ananda, poiché ogni cosa che è nato, divenuto, composto è soggetto a decadenza - come potrebbe essere che esso non passi via?". E quando il Buddha morì, i monaci non ancora liberati completamente piansero e si lamentarono; ma i monaci liberati dissero: 'Tutte le cose composte sono impermanenti. Che senso c'è nel piangere?"

mercoledì 19 dicembre 2007

Un Maestro interessante: Huangbo

Riguardo alla pratica meditativa ho fatto altre volte l’esempio di uno che sta immerso in un lago e grida: “Ho sete! Datemi da bere”.

Con questo voglio dire e più volte ho ripetuto che è già tutto qui quello che ci serve, siamo già immersi nella realtà ultima, è inutile che andiamo a cercarla chissà dove. Un mio amico, Iano, mi ha scritto di recente un commento fatto di domande rispetto all’ultimo numero della newsletter. Potete trovare il testo della news intervallato dalle sue domande critiche sul forum di questo sito.

In particolare c’era una sua domanda a cui è stata data una certa risposta che forse qualcuno troverà inconsueta.

IANO: " Ma la domanda che mi viene di farti è, come sono le cose e che cosa sono le cose?
Cosa vuol dire trascendere le cose?"

Loriano: "Poiché mi sembra di ricordare che sei credente, proverò a risponderti con termini evangelici. Trascendere le cose vuol dire trovare qui in terra il regno dei Cieli. Non quindi in un'altra dimensione ma esattamente qui.
In quanto alle "cose" non posso risponderti in termini evangelici ma ti dirò che pur usando questo termine lo riconosco come improprio.

Non ci sono cose. Ci sono fenomeni, tutti passeggeri anche se hanno continuità nel loro divenire. Tutti questi fenomeni dipendono da altri fenomeni e così via. Questa è la vacuità, la mancanza di una sostanza stabile inerente alle "cose" .

Ritorno a "trovare qui in terra il regno dei cieli" . Accettare la transitorietà di tutte le cose è pacificarsi con il reale così com'è, giusto tale e quale. Questo è trovare il regno dei Cieli. Ma ragionare così significa far cessare ogni dualismo. Né bene né male, né bello né brutto, né positivo né negativo. In termini convenzionali, dualistici, noi tutti usiamo questa terminologia. Riconciliarsi con il mondo ed accettarlo com'è significa invece non riconoscerla [la terminologia] che in termini provvisori. Il regno dei Cieli non ha nè bene nè male.”

Ecco, questo è un esempio di quello che volevo dire all’inizio con la parabola dell’assetato. E questo risponde in parte anche ad un’altra questione, non posta da Iano ma che comunque appare qua e là nei discorsi della gente, cioè la validità di una esperienza di un praticante.

Praticando la meditazione si hanno talvolta esperienze di vario tipo, inclusi fenomeni di “risveglio temporaneo” . Non è una novità. Nel Canone Pali si parla di saamaykaa cetovimutti cioè “temporanea liberazione della mente” e si riporta il caso di Godikha che per sei volte raggiunse questa liberazione per poi decaderne; alla settima volta, mentre si trovava nello stato di liberato, pose fine alla propria vita evitando così di ricadere fuori dalla Liberazione.

Ora credo che nessuno di noi voglia giungere a questo estremo. Ma ho raccontato questo episodio per fare capire che questi stati non sono infrequenti per chi medita. Mentre la tradizione Theravada è piuttosto avara nel raccontarli, essi sono frequenti nella letteratura Chan/Zen. Il problema di queste esperienze è di non reificarle, di non farne un feticcio ma di lasciarle andare, per importanti che ci sembrino.

Il mio orientamento iniziale quando ho cominciato a meditare era strettamente (direi quasi: settariamente) Theravada che è, in effetti, la più antica fra le tradizioni attualmente presenti ma, con l’andare del tempo e dopo certe esperienze, mi sono aperto anche verso altre correnti di pensiero; così la tradizione Madhyamika di Nagarjuna e la tradizione del Chan o Zen (Chan è la forma originaria cinese, Zen quella giapponese: entrambe le forme derivano da Dhyana/Jhana, “meditazione profonda” ) .

Ci sono nello Zen alcune impostazioni teoriche con cui non concordo (ad es. una certa sostanzializzazione della Mente che sembra appunto creare una sostanza là dove non ne appare il bisogno) ma l’impostazione meditativa è molto simile, per certi versi, a quella più antica, ad es. ha somiglianze con quella delle tre Porte della Liberazione e cioè la vacuità, il non-segno e la non-direzionalità.

E’ una bella liberazione non essere strettamente legato ad una tradizione. Puoi indagare, puoi cercare, non hai i limiti che una tradizione sempre pone. Si dice che il Dharma sia come un diamante con 84000 sfaccettature. Ognuno può guardare dalla sfaccettatura che preferisce, arriverà sempre verso il centro.

Un maestro antico che trovo molto interessante è il maestro Chan Huangbo (vissuto intorno all’850 d.C. e rappresentante della tradizione Chan di Hongzhou). Questo maestro avrebbe sconcertato più di un ‘credente’ buddhista. E’ mia intenzione pubblicare un articolo su di lui su “Emptiness” ma nel frattempo voglio citare qualche suo passaggio. Da una parte egli sostanzializza un po’ troppo, a mio parere, il concetto di “Mente” , facendone in qualche modo un’entità sostanziale ma per quanto riguarda l’aspetto meditativo mi sembra un maestro eccellente che ruppe con un assetto tradizionale avendo il coraggio di portare avanti idee nuove, rivoluzionarie.

Secondo Huangbo poiché noi risiediamo già nella realtà ultima (egli la chiama la Via, il Dao) , “non c’è niente che dobbiamo fare” : L’illuminazione è perciò semplicemente il risvegliarsi a questo fatto. “ Risvegliandovi improvvisamente voi arrivate a capire che la vostra mente è il Buddha, che non c’è niente da essere raggiunto né alcun atto da compiere. Questa è la vera via, la via del Buddha” .

Egli quindi svolge una critica verso la pratica concepita come una serie di stadi da raggiungere. Potremmo dire che ha una visione olistica ed immanente della illuminazione (un po’ come lo stesso Dogen, secoli dopo) . “Il Buddha reale – egli asserisce- non è un Buddha a tappe” . Se la propria mente è già nella realtà ultima allora le pratiche religiose ordinarie che presuppongono una separazione dualistica fra se stesso e lo scopo della pratica, di fatto ostacoleranno il risveglio. Perciò Huangbo chiede che si silenzino tutti i pensieri che creano una separazione fra la mente e la realtà. “ La (vera) mente non è una mente di pensiero concettuale... Se eliminate il pensiero concettuale ogni cosa sarà realizzata” .

Huangbo portò l’idea di non-attaccamento alle sue più logiche conseguenze. Come scrive Dale S. Wright, cercare il Nirvana era considerato la via alla salvazione. Di fatto questo nel tempo aveva portato a creare una “cosa” del Nirvana stesso (ad es. nell’Abhidharma) finché qualcuno (Nagarjuna fra i primi) cominciò a rendersi conto che questa stessa ricerca correva sul sentiero del desiderio di un oggetto che tale non era (il Nirvana) .

Perciò secondo Huangbo la liberazione è il risveglio dal desiderio di cercare di essere risvegliato (al proposito si leggano “L’altro lato della collina” ed anche “Esperienze 3” sul sito Emptiness... – per inciso “Esperienze 2 “ verrà pubblicato quando possibile) .

L’alternativa al “cercare” è vivere spontaneamente senza attaccamento.

sabato 19 maggio 2007

La saggezza della volpe

Fino a poco tempo fa vedevo le meditazioni del pomeriggio (durante gli intensivi o ritiri) come un momento fastidiosamente opprimente. Sono i momenti del dopo-pranzo: se ti sei riposato, magari dormicchiando un po’, resti semi-addormentato e un po’ intontito; se non ti sei riposato, sei già stanco prima di cominciare. A ciò si aggiunge il peso della digestione e, inevitabile o quasi, la sonnolenza. Proprio quest’ultima è micidiale. Ricordo momenti in cui mi piantavo le unghie nelle mani per non addormentarmi, prendevo profondi respiri… tutto sembrava vano, il sonno era micidiale. Ricordo che una volta, ad un ritiro con Corrado Pensa, nella zona intorno a Roma, l’insegnante che in genere alla prima meditazione del pomeriggio era presente, non lo fu per qualche motivo. Fu allora uno spettacolo vedere come la sala piano piano si trasformava. Mentre, con l’insegnante presente, nessuno si muoveva ed un relativo silenzio veniva mantenuto, in base all’assunto che “quando il gatto è via i topi ballano” Lentamente la sala silenziosa comiciò ad animarsi. Un sospiro di qua e un movimento di là all’inizio, poi un manifestarsi generale di insofferenza sempre più vistoso. Avevo davanti a me una signora veneziana che ammiravo tantissimo per la sua compostezza, disciplina e pertinacia. Bene, rimasi colpito a vedere come anche lei, quella volta, cedette e cambiò posizione (cosa che non le avevo mai visto fare) .

Da non molto tempo invece la meditazione sonnolenta del pomeriggio è divenuta un appuntamento interessante. Per vari motivi: primo perché ho imparato finalmente a riuscire ad osservare ed accettare la sonnolenza senza esserne inghiottito; secondo perché vengono a galla pensieri, canzoncine ed altro ed io riesco ad accettare che la mia mente, in quel momento, in base a cause, condizioni e predisposizioni che ben conosco“sia così” ; terzo perché rifletto che non sto ottenendo niente e questo mi dà una certa felicità. Sono infatti consapevole che vi è sempre, in me (come, penso, in altri) l’ansia di “conseguire qualcosa” . Conoscendo questo mio materialismo spirituale, sono contento di non ottenere niente.

Un’altra causa di relativa felicità è trovarmi solo (come mi è accaduto in alcuni ritiri recenti) . Poiché spesso ho guidato le sedute di meditazione, sono consapevole che uno dei rischi che corro è quello di affezionarmi alla mia figura come “leader” . Trovarmi solo è un indizio che non sto “avendo successo” come leader e questo mi permette di osservare mie eventuali reazioni di dispiacere o, come accade , di gioia. Proprio perché non c’è nessuno a dipendere da me.

Questo “non avere successo” è un motivo ricorrente della mia vita. Prendiamo per esempio il Kungfu. Non posso certo dire di avere avuto successo in questo campo-anche se in questo momento il corso è abbastanza affollato. I miei corsi (di Kungfu, di Taijiquan ecc.) sono un porto di mare dove pochissimi restano e moltissimi transitano. Una volta mi recavo in Cina, spendendo un bel po’ di soldi e, durante il ritorno, fantasticavo sui futuri successi che avrei avuto quando avessi dispiegato tutte le cose che avevo imparato… ma, ahimé, erano solo speranze e la gente preferiva fare altre cose. Dopo un po’ ho capito che per me questo era un bene. Sarà la storia della volpe e l’uva, la conosciamo tutti, no? La volpe vuole l’uva ma non riuscendo a raggiungerla va via dicendo: “Tanto era acerba”.

Mi viene fatto spesso di paragonarmi a quella volpe ma trovo che in fondo quella volpe era molto saggia: si era adattata alla realtà in qualche sua maniera. Lo stesso accadde a me. Semplicemente non ebbi successo. Però mi era capitato di vedere un altro istruttore, lui sì riuscito, un istruttore che vive in una piccola città vicino a Lucca. Lui era l’esempio (anche nell’aspetto fisico, nei vestiti eleganti) del manager di successo: aveva una palestra sua, aveva un nugolo di allievi ed era inserito a livello dirigenziale nella Federazione Italiana tal dei tali (vi fui anch’io per qualche anno, come semplice gregario) . Però era preoccupato, era stressatissimo,era sempre angosciato che i suoi allievi andassero da qualche altra parte, arrivava quasi a spiarli, se li vedeva parlare fra loro cercava di sapere cosa si dicevano….

Così quando anni dopo persone,in varie occasioni, mi hanno sollecitato a mettere su un centro per conto mio, ho sempre detto: “No, grazie” . Non volevo diventare come quell’istruttore, dovermi preoccupare se le persone pagavano il mensile, se i miei introiti calavano ecc. ; avevo capito insomma che il successo può essere bello ma può non fare dormire la notte. Anche per questo ho sempre evitato di pensare a un centro di meditazione così come si intende un ‘vero’ centro di meditazione: con una sua sede pubblica, magari con gli altarini e l’incenso che brucia; perché non voglio starmi a preoccupare di un affitto da pagare, della gente che non viene ed anche perché ritengo che affitti, incensi e altarini abbiano ben poco a che fare con il risveglio e la liberazione.

La liberazione ha a che fare non con i rituali ma con la semplicità. Ha a che fare non con gli obblighi, ma con l’essere liberi. E’ una premessa concettuale.

A proposito dei concetti, ieri, nella meditazione del sabato, che da qualche tempo è estremamente silenziosa, di un silenzio profondo e coinvolgente, è venuto fuori, in seguito ad un argomento tirato fuori da Doretta, anche il discorso dei concetti. Nagaarjuna disse a suo tempo che lui non aveva niente da dire, niente da affermare. Disse anche che il Buddha, in decine di anni di predicazione del Dharma, non aveva detto niente. E’ un paradosso, naturalmente, ma disse proprio così: il Buddha non ha mai detto niente. Cosa voleva dire con ciò? Mi fa venire in mente un maestro zen che ho conosciuto: parla, parla, parla tanto ed è davvero interessante sentire ciò che ha da dire, è stimolante. Però arrivi in fondo ai suoi discorsi e ti chiedi: ‘Ma che ha detto?’ . Però è stato stimolante. Dall’altro lato della collina conosco qualcuno che parla, parla, parla tanto (non di cose meditative, si tratta di un’altra situazione) e arrivi in fondo e ti chiedi: ‘ Ma che ha detto?’ . E lì te lo chiedi davvero.

Perché il Buddha e Nagaarjuna non hanno nulla da dire, nulla da affermare? Riflettiamoci (la soluzione è in fondo a questo testo, riferita alla vacuità o assenza di sostanza intrinseca del reale, ma non andateci, prima riflettetevi intuitivamente) .

Avere tesi particolari implica sofferenza. Sono le ossessioni, specialmente le ossessioni metafisiche, basate su opinioni e costruzioni mentali varie. Quello di cui non ci rendiamo conto è che noi “aderiamo” spesso a contenuti, ci attacchiamo emotivamente a questi contenuti (spesso ricevuti fin dai primi anni di vita) . Quindi non è importante parlare, discutere su questo o quello. Importante è vedere cosa c’è davvero mentre si discute. Quando U –Vijaya mi interrogava e mi diceva: “Che hai visto?” e io gli dicevo che avevo percepito davvero questa o quella cosa, lui , bruscammente mi diceva: “Sì, ma che hai visto?” ed io restavo perplesso e sconcertato. Io esponevo dei contenuti e lui riportava bruscamente l’attenzione su quello che c’era davvero. Dei bei pensieri, delle belle opinioni, fatte sulla base di insegnamenti, letture, credi religiosi…. Tutte cose di cui l’ego ha bisogno per attaccamento, consolazione… ma cosa c’era davvero?

Buddha, Dharma e Sangha non esistono in ultima analisi. Molti buddhisti sono attaccati a questi concetti. Ricordo invece una volta che io e Fabio eravamo a casa con mia zia d’America, ottantenne e un po’ istintiva. Parlavamo di meditazione e Buddhismo e lei, d’istinto, disse: “ Il Buddha non sa di nulla” . “E’vero” risposi “davvero il Buddha non sa di nulla” . Lei continuò il suo attacco e noi che ridevamo e scherzavamo dandole ragione. Fu davvero divertente. Perché Buddha , Dharma e Sangha sono la vacuità, l’assenza di sostanza di tutti i fenomeni e di tutti i concetti. Per esempio Naagaarjuna critica inesorabilmente ogni concetto, ogni opinione, buddhista e non buddhista di cui mostra l’assurdita e la contraddittorietà.Concetti come gli aggregati, gli elementi,il karma, la rinascita, la sofferenza, il Buddha, il Nirvana… e su altri versanti il concetto di un creatore ecc.,tutto si frantuma sotto la sua critica. “Se io avessi qualche tesi”, egli dice ne “Lo Sterminio degli Errori” “sarei vittima di questi [stessi] controsensi. Ma io non ho nessuna tesi e quindi non mi si può imputare nessun controsenso” .

Perciò nessuna tesi; piuttosto: “Che c’è davvero?”

lunedì 19 febbraio 2007

Né ideazione né non ideazione

Stamani il mio caro amico Raimondo, una persona molto semplice, mi ha chiesto che cosa ne pensassi della religione Cattolica. Gli ho detto che cosa ne pensavo e che cioè non sono credente, che non credo che Gesù sia figlio di Dio (figurarsi se la divinità può avere un figlio) e che, per esempio, il Dio della Bibbia, che permette il massacro di intere città, inclusi i bambini (oggi lo chiameremmo genocidio!) ad opera di un popolo cosiddetto ‘eletto’ , sa di giustificazionismo storico oppure è un Dio creato dagli uomini a loro immagine e somiglianza. “Il dio della Bibbia è proprio fatto a immagine e somiglianza umana: è rabbioso, vendicativo, discrimina…” . Lo stesso Ray si pone molte domande, nella sua semplicità, ma poi conclude che lui ha fede! E poi torna però alla carica con un’altra domanda: “ Ma che ne pensi allora delle sedute spiritiche?” “ Mah, io non ho mai escluso che possano esistere altre dimensioni della mente….” “ Ma secondo te sono gli spiriti o è il diavolo?” “ Non ne ho idea e sinceramente non mi interessa nemmeno” . “Comunque anche tu pensi che qualcosa c’è!” . “ Sì, probabilmente qualcosa c’è! E’ come le onde radio: mica le puoi percepire, ma ci sono. Quindi è possibile che ci sia qualche altra forma di esistenza. Ma in ogni caso sarebbe solo una variabile delle varie forme di esistenza! Farebbe semplicemente parte di questo Universo!”.

Ho poi voluto precisare: “Anch’io sono religioso ma la mia è una religione atea. Secondo me la vera religiosità è fare pulizia nella mente. Fare pulizia di tutti i concetti, di qualunque tipo, compresi quelli religiosi – le religioni le hanno fatte gli uomini. Sbaraccare tutto il ciarpame che abbiamo nella mente, tutti i concetti che ci sono stati dati dal mondo in cui viviamo”.

Oggi, sabato, abbiamo fatto meditazione di gruppo. “ La nostra meditazione è quella di aprire il nostro campo della coscienza al massimo. Dobbiamo però evitare di esserne catturati, specialmente di essere catturati dai pensieri. Bisogna accettare che ci siano ma solo sfiorarli, vederli come i titoli di coda di un film (quante volte, negli anni, avrò detto questa frase?) . Sfiorarli e basta, evitare di soffermarsi su di essi.  Nello stesso tempo, ripeto, accettarli. Occorre osservare gli stati d’animo, anche disturbati, che possono presentarsi e fare questa semplice considerazione: ‘Ci sono cause e condizioni per cui la mia mente è così in questo momento’ . Quando mi dico questo, quando mi sono detto questo anche in situazioni difficili, di grande agitazione, ho sentito la mente che si acquietava e si stabilizzava e una sensazione piacevole. Nell’accettazione la mente è sempre piacevole.

In ogni caso noi dobbiamo evitare di soffermarci sui pensieri per non esserne risucchiati. In questo c’è ancora un certo dualismo, il fatto di evitarli in qualche maniera porta a una loro negazione. Però in contemporanea c’è anche la loro accettazione. Si crea un paradosso, li accettiamo ma li neghiamo. Poi ad un certo punto, quando abbiamo conseguito una buona stabilizzazione e concentrazione, passiamo a evitare di soffermarci anche sul non-soffermarci. Ecco, la meditazione di tipo Madhyamika (Madhyamika è una scuola buddhista e significa Via di Mezzo, via di mezzo fra gli estremi) è una NEGAZIONE DELLA NEGAZIONE. E’ particolare. Non soffermarsi nemmeno sul non-soffermarsi significa effettuare il ritorno all’osservazione e all’accettazione piena questa volta dei fenomeni e dei concetti” .

“Però con un’altra qualità” interloquisce Luca, “ in pratica fai tanta strada per ritornare dove sei. E ci torni però con una consapevolezza diversa” .

“ Sì, si può definire questo stato come NE’ IDEAZIONE NE’ NON IDEAZIONE.  Non accetti l’ideazione, ne prendi le distanze, ma non accetti nemmeno la NON IDEAZIONE. Accetti tutto quello che c’è in ultima analisi ma non ne sei minimamente coinvolto. C’è la scena degli eventi e c’è la consapevolezza che resta sullo sfondo: o meglio, la coscienza e gli avvenimenti diventano la stessa cosa, ma vi è una qualità di distacco.

[Questo è un paradosso, ma è effettivamente il paradossale che si va a conciliare nella meditazione. Nella logica aristotelica A non può essere B: qui invece troviamo identificazione e disidentificazione presenti in contemporanea. Ma la meditazione deve portare a questi pardossi dove A e B superano il dualismo in una sorta di conciliazione degli opposti] .

Naturalmente all’inizio non è facile. Occorre acquisire abitudine a questo tipo di pratica, quello di guardare e sfiorare appena, quello di saper riconoscere i vari fenomeni. In particolare è importante cogliere, in una fase iniziale, la differenza che c’è ad esempio fra una sensazione o percezione fisica e i pensieri che ne derivano. Cogliere che una cosa è ad es. la sensazione o percezione uditiva e un’altra cosa è l’ideazione che ne consegue, l’identificazione o il ragionamento che sorgono subito dopo. Una cosa è il fisico, una cosa è il mentale, anche se si condizionano a vicenda.”

Superando il timore di reificazione delle parole, di dare cioè sostanzialità a concetti di insostanzialità, userei la parola ‘misticismo del reale’ per indicare la nostra pratica. Il misticismo di chi vede, cioè, come la realtà ultima sia appunto questa realtà in cui viviamo, in cui siamo immersi.

Cito qui il detto che ho messo come ‘motto-firma’ alle mie e-mail (<(Nagarjuna, Mulamadhyamakakarika 25) :

"Whatever is the limit of Nirvaana
that is the limit of cyclic existence.
There is not even the slightest difference between them,
or even the subtlest thing"

“Qualunque sia il limite del Nirvana

Quello è il limite dell’esistenza ciclica (samsara  ) .

Non c’è nemmeno la più piccola differenza fra loro

E nemmeno la cosa più sottile”

"The Pacification of all objectification
and the pacification of illusion:
no dharma was taught by the Buddha
at any time, in any place, to any person"
(Nagarjuna, Mulamadhyamakakarika 25)
Le sedute comuni di Meditazione si svolgono ogni sabato pomeriggio, dalle 15, 30 alle 16,30 circa, a S. Andrea di Compito (Lucca) - Via della Torre 9.
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